La merce più preziosa

Martedì 27 gennaio 2026 ORE 21
AUDITORIUM SAN FRANCESCO

La merce più preziosa
di Jean-Claude Grumberg
traduzione, adattamento e regia Beno Mazzone
con Alessio Barone e Silvia Trigona
responsabile tecnico Salvatore Giuliana
produzione Teatro Libero Palermo

La drammaturgia di Grumberg riesce a nutrire spettatori di ogni età e mi ha permesso con le sue tante storie, già create sulla scena del Teatro Libero, di esplorare una visione poetica che ho sempre condiviso per il suo modo semplice, ironico e profondo di affrontare i temi della nostra società. Naturalmente le sue origini, la formazione, la storia della sua famiglia che ha vissuto l’olocausto, sono quasi sempre presente nelle sue opere, con un tratto tragicomico, che sposa il tragico ed il comico in un grottesco che mette a nudo i sentimenti umani in una dialettica cruda ma amorevole tra il bene ed il male. I fatti raccontati da Grumberg, in questa storia, fanno riferimento al vissuto di una famiglia francese deportata nell’inverno del’43. Un Teatro di narrazione che ho voluto realizzare a tre voci, due maschili e una femminile. Voci narranti i cui corpi diverranno di volta in volta i personaggi narrati. Il senso de La Merce Più Preziosa questo è racchiuso nelle parole dello stesso autore: “Ecco la sola cosa che merita di esistere nelle storie come nella vita vera. L’amore, l’amore che si da ai bambini, ai propri e a quelli degli altri”.

hanno scritto:

Un modo diverso per raccontare la Shoah, mostrandone il versante di amorosa speranza piuttosto che quello dell’orrore. È La merce più preziosa dello scrittore francese Jean-Claude Grumberg, in scena al Teatro Libero – che lo produce – con l’adattamento teatrale, la fresca traduzione e la regia di Beno Mazzone, che l’ha trattato con la levità poetica con cui si carezza un figlio narrandogli una favola.

E ” la merce più preziosa” non è altro che un fagottino di bimba lanciato dal finestrino di uno di quei treni della morte che trasportavano gli ebrei verso i campi di concentramento nell’inverno del 1943: estremo tentativo di un padre di salvare uno dei suoi due gemelli con cui la sorte gli era stata prodiga; al contrario di una misera coppia di taglialegna senza figli che ritrova il fagottino. Alle prese col freddo e la fame di un bosco maligno, con un marito ben contento di non dovere mantenere un’altra bocca, la moglie desiderava solo un amore che la sfamasse. Così, all’ennesimo passaggio del lugubre convoglio che lei sogna prodigo di sorprese, la donna scopre che la guerra le ha fatto un dono; lotta con ogni forza per trovare il cibo e crescere la bimba come figlia sua, anche contro le resistenze del marito, il quale finirà poi per difenderla dalla polizia nazista a costo della vita. Alla fine del conflitto, salvatosi e tornato in quei luoghi, il padre incontrerà la bambina con la sua nuova madre, ma non si rivelerà, preferendo lasciare fluire il corso del destino. Che forse vedrà entrambi protagonisti di un happy end.

Usando la tecnica del distanziamento di ascendenza brechtiana, per la quale gli attori entrano ed escono dai personaggi, di volta in volta raccontandoli o rappresentandoli, lo spettacolo possiede un’atmosfera d’innocenza fiabesca che però sa anche scivolare opportunamente nell’humour garbato; e quando talvolta sembra affiorare l’ombra della tragedia in cui tutto nuota, viene subito stornata da delicata ironia.

La sobria scenografia vede tre scale sottili sulle quali è appesa una serie di cappelli che bastano a caratterizzare i vari personaggi. Tutti interpretati da Giada Costa, Vincenzo Costanzo e Giuseppe Vignieri, che seguono con efficacia, disciplina e una certa grazia le indicazioni di regia.

Guido Valdini

La Repubblica, 18 ottobre 2020

Una carezza. Perché te la immagini, la carezza: della mamma alla bambina, del padre alla figlia, dell’uomo nero alla donna angelo. «La merce più preziosa» sta alle fiabe come «La vita è bella» alla Storia: racconta e tra le piume, tro- va una mano d’acciaio.

Beno Mazzone ha trovato un tocco leggero e potente nello stesso tempo per tradurre e dirigere Giada Costa, Vincenzo Costanzo e Giuseppe Vignieri. Che un po’ sembrano clown sdruciti, un po’ gnomi fuori di testa, un po’ scappano, un po’ restano, cambiando personaggi, modi, caratteristiche. Sullo sfondo restano i desideri: di chi vuole farsi una famiglia, di chi una famiglia ce l’ha e un vagone chiuso, sporco te la porta via, e di chi una famiglia se la crea raccogliendo un fagotto da un treno; di chi lavora di accetta e chi di lametta, di chi resta nascosto nel bosco e di chi verrà chiuso (e morirà) in un campo di concentramento. Bel lavoro, forse a tratti indulge un po’ troppo nel piacere del racconto, ma lo dovrebbero vedere i più giovani, per capire che quegli anni non devono tornare mai più. Tanti applausi meritati.

SIT

Giornale di Sicilia, 19 ottobre 2020

Beno Mazzone ha tradotto per la scena un racconto (molto teatrale) del francese Jean-Claude Grumberg. Una favola allegorica sull’Olocausto dietro la quale compare lo spettro del razzismo di sempre. Quello che condanna chiunque sia diverso da noi

C’è un tetro che resiste anche senza prebende, senza stampelle pubbliche. Sono stato al Teatro Libero di Palermo, per esempio, dove con fatica e tenacia Luca e Beno Mazzone hanno riaperto i battenti allestendo una stagione autunnale ragionata e intelligente; fatta di attenzione alla drammaturgia contemporanea (come sempre, in questo storico centro di produzione) e di apertura di credito alle giovani leve, della zona e no.

Probabilmente, lo spettacolo ora in scena – La merce più preziosa, di Jean-Claude Grumberg, con traduzione e regìa di Beno Mazzone – rappresenta al meglio il senso della sfida ormai più che

quarantennale del Teatro Libero di Palermo.

La merce più preziosa è una favola per adulti, un racconto in prosa di forte impatto teatrale (l’autore è uno dei più apprezzati drammaturghi francesi, essendo nato a Parigi nel 1939) che Beno Mazzone ha smontato e rimontato per la scena affidandolo a tre attori che dànno corpo e voce a tutti i personaggi.

Il testo narra una storia vera e allegorica al tempo stesso. Siamo nel pieno della guerra nazista, in un bosco attraversato dalla ferrovia che porta i prigionieri di mezza Europa nei lager di Hitler. Da un lato ci sono un taglialegna e sua moglie: lei vorrebbe un figlio ma non può permetterselo per via della miseria in cui è costretta. Dall’altro lato c’è un aspirante medico ebreo, un giovane forte e vitale che, con la moglie e due figli gemelli appena nati, viene spedito in lager su un convoglio piombato. La taglialegna considera il treno che attraversa il “suo” bosco una sorta di divinità che le lancia segnali incomprensibili: sono i biglietti che le vittime del nazismo lanciano al mondo dai vagoni sbarrati. Ma la donna non sa leggere e serba quei fogli come messaggi d’incoraggiamento in attesa di doni futuri.

E, in effetti, il “treno merci”, così lo chiama la donna, un giorno nevoso le regala qualcosa che la riscatta dal dolore e dalla miseria: una bambina appena nata, ciò che lei sognava più di ogni altra cosa. Ma noi sappiamo, grazie al racconto di Grumberg, che la neonata non è un dono divino, bensì la figlia dell’aspirante medico il quale, disperato, l’ha gettata dal treno della morte sperando in qualche modo di salvare almeno lei dei suoi gemelli. Così è, in effetti, giacché la donna raccoglie la bimba e la tiene per sé come un dono di dio (il dio del treno merci, onde la bambina viene chiamata semplicemente merce) e la difende dalla diffidenza dei suoi vicini ma anche dalle rimostranze del marito, ben più smaliziato di lei, che sa come quella sia in realtà figlia dei “senzacuore” (gli ebrei) con i quali non vuole condividere alcunché. Da questo momento, quella della donna e di sua figlia sarà una battaglia continua e terribile per la sopravvivenza, fino all’epilogo finale che, come tutte le favole, non può che essere lieto (Grumberg rovescia il mito di Edipo e trasforma il “figlio abbandonato” da inconsapevole carnefice di Laio e Giocasta nel loro inconsapevole salvatore).

Trattandosi di una favola allegorica, certi segnali hanno gran peso. Per fare solo un esempio e non svelare tutte le sorprese dello spettacolo, colpisce l’insistenza con la quale l’autore chiama la neonata con il nome di “merce”. È facile scorgere in questo artificio la voglia di allargare il campo dalla spaventosa catastrofe umana della Shoah a tutte le repliche che ne sono seguite. Fino alla “merce” che certi nostri politici vorrebbero rimandare indietro sui nostri mari. Insomma, qui si parla dell’Olocausto e, per suo tramite, di tutte quelle situazioni nelle quali gli esseri umani non vengono più considerati tali ma semplici oggetti. Scomodi o sconvenienti, a seconda dei casi. Privi, comunque, del diritto di reclamare umanità o – come suggerisce Grumberg – amore. E Beno Mazzone, con mano lieve, sottolinea questa bruciante attualità del racconto che ha messo in scena: il diverso è odiato sempre. Per via dell’ignoranza generale, oltre che in virtù di una strategia politica scellerata.

Ma a colpire lo spettatore è la levità con la quale i tre attori, Giada Costa, Vincenzo Costanzo e Giuseppe Vignieri, ricostruiscono la vicenda e i personaggi; vuoi con le loro voci, vuoi con i loro gesti, vuoi con piccole variazioni di costume (una gran varietà di copricapo, innanzi tutto): dietro c’è un lavoro di drammaturgia raffinato che ha saputo teatralizzare al meglio questo testo in prosa. Perché poi, alle volte, basta poco per costruire una regìa azzeccata, come questa di Beno Mazzone. Se dovessi spiegare in che cosa consiste la magia del teatro, in assoluto, non potrei che citare una scena di questo spettacolo. La l’attrice che incarna la donna che partorisce i due gemelli, identifica i neonati con due lunghe sciarpe di cotone bianco che accudisce, appunto, come altrettanti neonati. E quando l’attore che interpreta il padre dei gemelli decide di buttarne uno dal treno, non fa altro che avvolgere la stoffa bianca con una pezza dorata per lasciarla andare a terra. Ebbene, lo spavento che in quel momento patisce lo spettatore, che quel niente di stoffa crede un vero neonato, è precisamente il teatro. Ossia una convenzione che restituisce una verità emotiva attraverso la finzione scenica. C’è tempo fino a domenica per vedere questo piccolo gioiello: considerato che i teatri – in tempi di coronavirus – si sono dimostrati i luoghi più sicuri dove vivere insieme (una ricerca ha dimostrato come un solo contagio si sia verificato tra oltre trecentomila spettatori che hanno visto spettacoli teatrali dal 15 giugno a ieri), fossi in voi non perderei l’occasione.

Nicola Fano

Succede oggi, 21 ottobre 2020

Può un gesto ‘sconsiderato’, ovvero incongruo o anche inattuale, nel suo senso più profondo, sconfiggere la morte? E, in fondo, cosa c’è di più sconsiderato e inattuale dell’amore, la nostra merce più preziosa, in quella foresta oscura, tra i fratelli Grimm e Andersen, in cui l’umanità ha cercato e cerca tuttora di nascondere lo sfregio più grande che abbia mai fatto a se stessa, la Shoah, le cui innumerevoli eco rimbalzano tuttora, purtroppo, nelle guerre, sopraffazioni continue e tragedie dimenticate dell’oggi? Sono domande essenziali, anche se non abbastanza spesso riconosciute, cui questa narrazione scenica, dal raffinato e profondo testo di Jean Claude Grumberg, cerca di rispondere non tanto insegnando quanto narrando di una profonda eticità, fonte di quella irriducibilità umana in grado di sopravvivere a se stessa, che sta nelle cose e nel fare, basta saper scegliere da e in che parte stare di quella foresta. Tra l’altro, per andare ad un altro grande esploratore dei sentimenti e cioè Francois Truffaut, è giusto ricordare che Jean Claude Grumberg fu co-sceneggiatore de “L’ultimo metrò” che in analogo argomento affondava la sua comune sensibilità narrativa. Allora la foresta oscura delle nostre fiabe, piene di orchi e pericoli che noi stessi proiettiamo tra le ombre di alberi intricati, può diventare il bosco dei giusti, pochi forse ma essenziale salvezza di molti, molti di più. Perché ogni favola che si rispetti ha la sua morale. Un testo strutturato dunque come una fiaba, tra abbandoni e pericoli, fatto di luci e ombre che corpi e mani disegnano sullo schermo della grande Storia. Una fiaba per bambini che gli adulti sembrano aver dimenticato ma che talora è più forte del loro stesso oblio. Questa la risposta alle nostre domande, una risposta che non è neanche necessario pronunciare, perché è anche questa una fiaba che inventando dice o meglio, in un certo senso, genera il vero.

Così la neonata avvolta nel telo della preghiera gettata dal treno diretto ad Auschwitz, il padre che quel gesto inconsulto ha compiuto e che si inventa barbiere del campo per sopravvivere, la taglialegna e il taglialegna senza figli che trovano il loro pollicino e via narrando, da tasselli di esistenze tanto inventate da essere profondamente vere, si trasformano in squarci strappati dell’oscurità presente per scorgere di nuovo l’umanità che possiamo essere e che forse nascostamente siamo.

Ma è l’ironia, che richiama la tradizione della comicità yiddish, ed è soprattutto il disincanto che ne guida il procedere narrativo, e bravo è stato il traduttore e drammaturgo a mantenere quegli spazi senza mai cadere nella vuota celebrazione o nell’ideologico svuotamento, moralmente periglioso come tanto politically correct.

Spazi tanto più efficaci perché in grado di trascinare ciascuno di noi dentro il sentimento profondo del racconto, che pronuncia parole che così raramente si sentono vivere e che sembrerebbero anch’esse inconsulte: amore e solidarietà ma anche gioia e speranza.

La scenografia suggerisce con delicatezza i tragici magazzini cui nei campi nazisti si accumulavano vestiti e oggetti (anche i capelli) con glaciale efficienza e determinazione, riacquisendone parte alla vita della fiaba e al suo andare raccontando.

Bravi i due protagonisti, mai oltre la giusta misura tra fiabesco e grottesco (in fondo due assonanze estetiche profonde) mentre restano profondamente dentro la narrazione e così riescono a suscitare un raro sentire condiviso. E bravi a chiudere il racconto sull’ironica altalena tra vero e falso che è il senso della odierna confusione.

Un bello spettacolo che conferma scelte felici del Festival di Lunaria Teatro, nato sottovoce e man mano, anche per queste scelte, cresciuto nell’attenzione nazionale, e lo dimostra il recentissimo riconoscimento di “Festival multidisciplinare” ottenuto per il prossimo triennio dal Ministero, come ci ha annunciato con giusta soddisfazione sua e nostra, Daniela Ardini.

Maria Dolores Pesce,

dramma.it, luglio 2022

Il Teatro Libero Palermo è, come per altre notevoli realtà teatrali italiane, piacevole ritorno sul palco di Lunaria Teatro. Dopo aver proposto spettacoli come Aspettando Manon e Non una di meno, quest’anno è La merce più preziosa ad essere portata in scena dal testo dello scrittore francese Jean-Claude Grumberg. Solo all’apparenza priva di una drammaturgia, La merce più preziosa è una romantica e poetica favola che vuole darci una visione diversa della Shoah, riducendone la portata drammatica in una prospettiva amorosa e incruenta. I due attori in scena sono i cantastorie di questo racconto e si muovono in una scenografia essenziale fatta di tre rastrelliere per cappelli. Indossando alternativamente uno o l’altro copricapo e utilizzando pezze di stoffa, Giada Costa e Giuseppe Vigneri interpretano i narratori e i personaggi del racconto. I due attori hanno sin dalla prima battuta la capacità di catalizzare l’attenzione del pubblico e di accompagnarli all’interno del testo. La voce e i gesti dei due attori sono mirabili e appaiono come le ideali eredità dei cantastorie popolari e del cunto siciliano. La merce più preziosa, parole con le quali i due protagonisti del racconto indicano la bambina trovata e lasciata dai genitori per salvarla dai campi di sterminio, viene così portato in scena come una fiaba popolare e l’elemento scuro e crudele dell’Olocausto viene vinto dall’amore supremo della famiglia, e più ancora di una madre. Amore che, nato dall’incontro con la bambina, appare come la più preziosa delle merci. Alla luce di questa nuova speranza l’esercito nazista, impegnato nella soluzione finale, non appare con il suo nome bensì viene evocato con un nome diverso e indistinto quale antagonista dell’eroe, o meglio ancora degli eroi concreti e astratti, del racconto. La merce più preziosa è uno spettacolo che si struttura perfettamente e dà al pubblico dolcezza, divertimento, commozione e riflessione, portando l’attenzione sulla corporeità del testo senza aggiungere artifici scenici e sonori che potrebbero inquinarne la bellezza. Oltre al dovuto plauso per i due attori, è doveroso rilevare quindi la pulizia e l’efficacia della regia di Beno Mazzone. Lo spettacolo, con il suo modo leggero di trattare un tema così dolente, risulta per il pubblico un’esperienza piacevole e positiva e viene affascinato da una storia soave e intrigante. La merce più preziosa conserva così tutta la magia del teatro e del racconto che nasce nel palcoscenico ma dialoga con il pubblico, ne cerca lo sguardo e ne indaga i sentimenti. Ancora più coinvolgente per il pubblico è la caduta nell’ora dell’azione scenica e in chiusura di spettacolo, quando gli attori quasi si fondono con il pubblico e ricordano l’ombra e la luce, la morte e la vita, di cui l’uomo sa essere capace.

Gabriele Benelli

Sipario, 25 luglio 2022

Un modo diverso per raccontare la Shoah, mostrandone il versante di amorosa speranza anziché quello dell’orrore, è la strada scelta dal Teatro libero di Palermo: La merce più preziosa che dà il nome allo spettacolo, in scena stasera, infatti, è proprio l’amore, secondo lo stile tragicomico e grottesco del drammaturgo francese Jean-Claude Grumberg, per l’adattamento teatrale e la regia di Beno Mazzone, capace di intervenire sul testo originale con la stessa levità poetica con cui si carezza un figlio narrandogli una favola. In scena gli attori Giada Costa e Giuseppe Vignieri. La drammaturgia di Grumberg riesce a nutrire spettatori di ogni età e mi ha permesso con le sue tante storie, già create sulla scena del Teatro Libero, di esplorare una visione poetica che ho sempre condiviso per il suo modo semplice, ironico e profondo di affrontare i temi della nostra società. Naturalmente le sue origini, la formazione, la storia della sua famiglia che ha vissuto l’olocausto, sono quasi sempre presenti nelle sue opere, con un tratto tragicomico, che sposa il tragico ed il comico in un grottesco che mette a nudo i sentimenti umani in una dialettica cruda ma amorevole tra il bene ed il male. I fatti raccontati da Grumberg , in questa storia, fanno riferimento al vissuto di una famiglia francese deportata nell’inverno del ’43. Un Teatro di narrazione che ho voluto realizzare a due voci, una maschile e una femminile. Voci narranti i cui corpi diverranno di volta in volta i personaggi narrati. Il senso de La merce più preziosa è racchiuso nelle parole dello stesso autore: “Ecco la sola cosa che merita di esistere nelle storie come nella vita vera. L’amore, l’amore che si dà ai bambini, ai propri e a quelli degli altri”.

La Repubblica – Genova, 22 luglio 2022